Fabrizio Ghilardi PRESENTAZIONE DI FABRIZIO GHILARDI

Mi sono innamorato del Subbuteo a sette anni. Nel 1974.
È stato amore cieco, totale, definitivo. Il classico colpo di fulmine. L’Amore a prima vista.
In realtà, lo stesso Amore lo avevo già provato per i colori bianco celesti della Lazio.
Insomma, il 1974 per me è stato l’anno dell’Amore, non certo l’anno del divorzio.
L’apoteosi per un bambino di sette anni. Innamorarsi del Subbuteo lo stesso anno in cui la squadra del cuore diventa Campione d’Italia. Significava amare il calcio. E non tradirlo mai più. Un calcio diverso da quello di oggi, cavalleresco, fatto di grandi personaggi e di grandi squadre. Come si diceva all’epoca parlando di una squadra formidabile, uno ‘squadrone’.
Peccato che per avere la mia prima squadra abbia dovuto attendere quasi un anno e soprattutto peccato che la mia prima squadra di Subbuteo non sia stata la Lazio. Per un’antipatica scelta del Destino ‘quel giorno’ era esaurita. Buon segno, mi dissi, accettando un Disegno superiore. Significava che altri bimbi cercavano quello che cercavo io. Dopo lungo pensare tra le centinaia di squadre in vendita nel negozio (che aveva un nome davvero accattivante, “Casa Mia”), chissà perché, scelsi una squadra provinciale, di quelle che si amano soltanto se si nasce dalle sue parti.
Il Lanerossi Vicenza. Ma per un altro scherzo del suddetto Destino, la commessa, che non aveva certo la perizia calcistica di Paolo Valenti, mi consegnò fiammante tra le mani una versione un po’ meno classica del Lanerossi. Una versione con degli splendidi pantaloncini neri.
L’Amore era sbocciato e quando a sette anni il concetto di proprietà si affaccia nel mondo dei grandi, quelli che la proprietà la difendono o la contestano, non si va tanto per il sottile. Uno strato di colla si produce nelle manine di bambino e con difficoltà si riesce a spostare gli oggetti che le manine stesse custodiscono con tremante perizia.
E fu così che mi portai via la mia prima squadra di Subbuteo.
Fu soltanto a casa che mio fratello – più piccolo di me di tre anni, ma molto più attento di me ai dettagli – mi fece notare che sull’album delle Sacre Figurine Panini la divisa sociale dei veneti prevedeva maglie a strisce bianco-rosse, pantaloncini bianchi. Ma perché non aveva parlato prima! Con la stessa tenacia con la quale avevo scelto una piccola squadra della provincia italiana, ancora abbastanza lontana dai brevi fasti che l’avrebbero fatta salire alla ribalta del gran calcio nazionale pochi anni dopo, mi innamorai perdutamente di quella sua strana versione. Il catalogo del Subbuteo me la indicava come Southampton, squadra inglese che allora proprio ignoravo. E questo bastò a farmi giurare al Southampton eterno Amore. Fu così che con la squadra inglese mi innamorai di quello che era il Calcio con la maiuscola. Il Calcio inglese. Il calcio dei padri, dei fondatori, degli apostoli.

Nel 2005 ho celebrato, s’intende, in forma privata, trent’anni di amore per il Subbuteo. E per il Calcio giocato, o meglio ‘giocato’ proprio nel suo valore di participio passato.
Forse perché il calcio ha segnato una passione di bambino; forse perché le maglie da calcio erano più belle e sempre uguali proprio come quelle dipinte a mano nelle figurine del Subbuteo, invece di cambiare ogni stagione per far piacere agli sponsor che allora non esistevano; forse perché il calcio aveva davvero un altro sapore; forse perché quando un giocatore segnava si abbracciava con i suoi compagni e non correva via per non farsi toccare come non volesse condividere la sua gioia con gli altri o non faceva scene strane pensate in anticipo per essere sempre innovativo nell’esultanza; forse perché i calciatori avevano dei nomi e dei visi più credibili per figurare sugli album e sugli almanacchi; forse perché sono un inguaribile romantico delle domeniche pomeriggio.
E del Subbuteo.
Quando abbiamo deciso di dedicare al Subbuteo (gioco inventato proprio in Inghilterra, quella nazione lontana, strana isola del nord dell’Europa in cui giocava il Southampton) una giornata e una mostra fotografica, sul mio viso si è stampato lo stesso sorriso di bambino col quale ho acquistato centinaia di squadre assieme a mio nonno e a mio fratello. Lo stesso sorriso che ho mentre scrivo.

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