Così, quando mi capitavano i Rossi, per me quello era il Toro. E se per caso mi toccavano i Blu fingevo che si trattasse dei nazionali tedeschi, tutti con addosso la maglia del portiere Sepp Maier al posto della tradizionale casacca bianca. Purtroppo, nel corso degli anni avevo sviluppato un’enorme antipatia nei confronti delle suore, perché quand’ero ammalato era sempre una suora a farmi le punture. Così, al contrario dei miei coetanei, non mettevo mai piede in oratorio: e ai due calcio-balilla del paese il mio Toro Campione d’Italia e la mia Germania Campione del Mondo incappavano sempre, inspiegabilmente, in giornate poco felici.
Che fare? L’unica soluzione, stante la mia cocciuta, irremovibile decisione di non frequentare l’oratorio, era procurarsi uno di quei misteriosi Subbuteo che avevo visto pubblicizzati a più riprese tra un’avventura di Paperino e un consiglio delle Giovani Marmotte sulle pagine di “Topolino”. Se al calcio-balilla non ero granché, di sicuro mi sarei rifatto col Subbuteo.
Anche perché all’oratorio il Subbuteo non ce l’avevano, per cui avrei potuto sfidare chiunque, compresi i maggiori campioni di calcio-balilla dei dintorni, senza dover partire per forza di cose clamorosamente svantaggiato. Alla vigilia di un 25 dicembre di quelli in cui sospettavo già da un pezzo che i miei genitori fossero molto più che dei semplici intermediari con Babbo Natale, feci la mia richiesta ufficiale. Non volevo più nessun Forte Apache con tanto di Settimo Cavalleria e Generale Custer, e nemmeno l’ennesima scatola di soldatini Atlantic in scala HO, e neppure l’ultimo modello di caccia della Seconda Guerra Mondiale della Airfix. Volevo solo ed esclusivamente una cosa: il Subbuteo. Ricordo ancora la trepidazione con cui la mattina di quel Natale, appena aperti gli occhi dopo un sonno comunque assai agitato in cui avevo continuato a esercitarmi con il pollice e il medio in quella che, stando alle foto delle pubblicità su “Topolino”, era la mossa-chiave del Subbuteo, scesi le scale, e mi avventai su quel grosso pacchetto infiocchettato che mi aspettava sotto l’albero illuminato. Sordo alle raccomandazioni della mamma (“Cerca di non strappare la carta!”) lacerai il pacco-regalo aspettandomi di trovare il campo verde, le porte bianche e due squadre che non avrebbero potuto essere che il Toro e la Germania Ovest. Ma del tutto inaspettatamente mi ritrovai tra le mani una strana scatola con su scritto, anziché Subbuteo, qualcosa di diverso e di ignoto: Giocagol. Guardai sbigottito e deluso i miei genitori. Loro allargarono le braccia. Babbo Natale, o chi per lui, il Subbuteo non l’aveva trovato, in quel paesino di appena novecento anime a una ventina di chilometri o poco più da Torino. Stavo per mettermi a frignare, non fosse che ormai avevo 11 anni e secondo mio padre a quell’età non si frignava più da un pezzo. Fu così che il gioco creato nel 1947da Peter Adolph, capace di divertire generazioni di bambini (e non), mi sfuggì clamorosamente di mano. Ma non per sempre. Poco tempo fa, quando al mio 40° compleanno ho capito di essere finalmente giunto alla maturità più piena della mia esistenza, in un negozio di giocattoli di Torino mi sono comprato le mie prime due squadre: il Toro, che volendo può anche passare per il West Ham, e la Germania Ovest, che al limite può sempre diventare il Cesena (anche se francamente dubito che succederà mai). Per il campo verde e le porte bianche invece aspetto il prossimo Natale. E con queste parole, mia moglie Barbara è avvertita.

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