INTRODUZIONE DI GIUSEPPE CULICCHIA
Chi scrive ha scoperto la bellezza del calcio nei primi anni Settanta,
quando le divise di gioco, assai più attillate ed eleganti
rispetto a oggi, prevedevano una numerazione dall’1 all’11
più la panchina, che dal 12 andava al 16. Il muro di Berlino
era ancora in piedi, e il mondo non era ancora preda dell’attuale
confusione, per cui non si parlava di 4-4-2 o di 3-5-1o di 3-4-2-1,
il cosiddetto “albero di Natale”, ma di portiere, terzino
destro, terzino sinistro, mediano, stopper, libero, ala destra,
regista, centravanti, mezz’ala, ala sinistra.
Dato che mio padre tifava per il Toro da quando ancora ragazzo aveva
visto giocare al vecchio Stadio Filadelfia il Grande Torino, e dato
che per il mio sesto compleanno ricevetti in regalo la divisa da
gioco del Toro con tanto di maglia granata, pantaloncini bianchi
e calzettoni neri più scarpette Valsport, i miei primi eroi
di quello che nella natia Inghilterra veniva chiamato il “Beautiful
Game” furono i giocatori del Torino
di allora, da Agroppi a Cereser, da Ferrini a Rampanti, e poi ancora
Fossati, Bui, Puia. Quell’anno, il 1971, il Toro vinse la
Coppa Italia con tre giovani, Castellini, Claudio Sala e Pulici,
destinati a lasciare un segno indelebile nella storia del club.
I tre furono infatti tra i protagonisti del primo (e per ora ultimo)
scudetto vinto dal club granata dopo la tragedia di Superga, al
termine di un campionato 1975-’76 in cui il Toro allenato
da Gigi Radice giocò il calcio più bello che mi sia
capitato di vedere, con il tre volte capocannoniere Paolino Pulici
che partita dopo partita e gol dopo gol mi entrava nel cuore: al
contrario di tante ragazzine conosciute sui banchi di scuola nel
corso dell’adolescenza e poi più tardi all’epoca
dell’università, è sempre lì. Quante
facce e quanti nomi femminili ho dimenticato, ormai: ma di Paolino
Pulici detto anche Pupi-Gol o Puliciclone ricordo tutto, e ancora
oggi saprei riconoscerlo semplicemente per il suo modo di entrare
in campo, petto in fuori, testa alta, gambe che scalpitano dalla
voglia di sentire il fischio d’inizio e scatenarsi. Intanto,
sempre a proposito di miti legati al calcio, nel 1974 la Germania
Ovest era diventata Campione del Mondo a Monaco di Baviera contro
l’Olanda di Cruijff. E dopo il Toro era quella, la mia seconda
squadra, con i vari Maier, Breitner, Beckenbauer, Bonhof, per tacere
del rapinatore d’area Gerd Muller. All’epoca vivevo
in un paesino di appena novecento anime a una ventina di chilometri
o poco più da Torino, dove naturalmente circolavano le Figurine
Panine (si compravano dal tabaccaio, che vendeva anche quotidiani,
fumetti, quaderni, libri di scuola e generi alimentari, più
certe riviste misteriose che stavano su uno scaffale in alto e che
a noi bambini incuriosivano perché gli adulti che le compravano
tendevano ad arrossire nel momento in cui le porgevano alla signora
dietro la cassa per poi pagarle) ma dove il Subbuteo non ce l’aveva
nessuno: lo si vedeva al massimo nelle pubblicità su “Topolino”.
In compenso c’erano due bar, con i relativi calcio-balilla.
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