Charlotta Smeds FABRIZIO GHILARDI INTERVISTA CHARLOTTA SMEDS

Charlotta Smeds, svedese. Dal 1991 in Italia, a Roma. Una vita. Un lavoro da fotografa e soprattutto da giornalista. Un libro pubblicato da poco in Svezia, dedicato a Roma.
Ormai seguo più le vicende italiane di quelle svedesi. Anche se il fatto di lavorare in Radio Vaticana al programma scandinavo mi tiene molto legata a quello che succede nel mio Paese. Per fortuna. Il libro è un gesto d’amore verso la città che sento mia. Mi sento molto romana. Vorrei essere Anna Magnani. Innamorarsi di Roma è stata la cosa più bella che mi sia mai capitata, insieme alle nostre bimbe.
Un anno fa di questo periodo è stata inaugurata una tua splendida mostra fotografica dedicata al Subbuteo: ‘Flick about’. Ce ne parli?
L’idea è stata la tua, ma a differenza di tante altre idee tue, questa mi ha subito affascinato. Hai messo a disposizione una piccola parte della tua collezione privata di pezzi del Subbuteo per i miei scatti, eri molto geloso, temevi facessi qualche macello. L’intento di una mostra e di una manifestazione dedicata al Subbuteo era quello di parlare di un calcio che va sparendo, più di un fenomeno sociale e di uno sport, che di partite e campionati e ansia da risultati e prestazioni. Intendo calcistiche. Il Subbuteo l’ho conosciuto in Italia; in Svezia non è mai stato così popolare come in Inghilterra, in Italia e in altri Paesi europei. È un gioco meraviglioso. Quante volte ho pensato di romperti tutti i tuoi giocatori. Anche quelli di tuo fratello.
Qual è stata l’ispirazione per la mostra?
In realtà la grande ispirazione è venuta dalle numerose partite di Subbuteo che ho subìto in tanti anni d’Italia. Subìto nel vero senso della parola. Ma questo non devo per forza dirlo nell’intervista, no? Però faceva sorridere vedere voi ragazzi (che nel frattempo diventavate ometti e poi uomini, anche padri di famiglia) giocare e litigare a morte mentre disputavate interminabili partite di Subbuteo. Partite, tornei, campionati infiniti. E in realtà mi ha colpito la semplicità con la quale si creano rapporti di amicizia proprio giocando a Subbuteo. E poi l’idea che il Subbuteo potesse trasmettere sani valori ai giovani, penso all’idea di Fair play ad esempio, mi sembrava una sfida molto interessante.
Perché parli di sfida?
Perché conosco abbastanza bene la società italiana e il mondo degli stadi. I giovani sono piuttosto abbandonati dallo stato e dalla scuola, non parliamo delle famiglie, e trovano molto facile sfogare le proprie insicurezze e i bisogni di ribellismo che hanno, durante le partite di calcio. Peccato perché sono forze sane che andrebbero utilizzate meglio. Sono giovani stufi di una vita piatta che gli viene servita senza tanti riguardi. Penso che il Subbuteo rappresenti proprio una possibilità per i giovani per capire che esistono altri mondi possibili rispetto a quelli che loro conoscono. Il Subbuteo è aggregazione, è amicizia, è lealtà. Il Subbuteo è da Ultras. Non l’isolamento da Playstation e da televisione. Per questo la mostra è una sfida.
Ha successo la mostra? In realtà io lo so, però mi piace se me lo dici tu.
Grande. Grandissimo. Peccato che le Istituzioni investano poco in un discorso del genere. Si perdono in chiacchiere, decreti e leggi speciali, è molto più semplice. Ma nessuno scende nella strada, al livello del problema. È facile pontificare dalle poltrone comode di Parlamenti e Federazioni. Manca una figura alla San Francesco, uno che non ha paura di sporcarsi e di parlare col lupo. Penso a San Filippo Neri che stava nelle strada e combattere la fame assieme ai suoi ragazzi, o a Don Bosco quando a Torino faceva giocare a pallone i giovani nei primi oratori. Nelle Istituzioni mancano Assessori, Sindaci che siano davvero attenti al popolo. L’unico che mi ha colpito è stato il sindaco di Verona. Ha deciso di portare la mostra nella sua città. Uno che ha detto che se vietano le trasferte, lui per amore del Verona le fa lo stesso. Bravo! E anche la giunta di Torino si è dimostrata molto attenta. Posso dirlo? L’Assessore Montabone. Forse perché da ragazzo ha giocato col Toro. Non è una questione di politica. È di attaccamento al sociale, non tutti ce l’hanno. Per esempio ben poco viene delle società di calcio, più attente a come gonfiare i bilanci che a crescere i giovani.

1 - 2
 
English version